La comunicazione pubblica durante la pandemia: l’analisi nella tesi di Caterina Fazion

La comunicazione pubblica durante la pandemia: l’analisi nella tesi di Caterina Fazion

Laurearsi durante l’emergenza Covid19 per tantissimi studenti universitari non è stato facile, tra ansie, tensioni a cui si è aggiunta la discussione a distanza e l’impossibilità di festeggiare il traguardo appena raggiunto. Caterina Fazion rientra tra questi, ma certamente si distingue per il tema che ha scelto per la sua tesi con cui ha concluso il master in Comunicazione della Scienza alla SISSA, ovvero “Emergenza Covid-19 – La comunicazione pubblica in Italia durante la pandemia”.

Caterina Fazion
Caterina Fazion

Come è nato questo progetto di tesi?

Inizialmente la mia tesi doveva essere un’altra, l’avevo già iniziata ed era sulla comunicazione in ambito vaccinale e in particolar modo sulla campagna di comunicazione fatta dal Ministero della Salute nel 2019 per la settimana delle vaccinazioni. Solo che poi ho potuto partecipare ad una prima conferenza sul coronavirus, su cosa fosse e sugli aspetti molecolari, in una sala gremita di giornalisti e cittadini qui a Trieste il 21 febbraio, lo stesso giorno in cui è stato rintracciato il primo caso in Italia. Da qui ho deciso di cambiare, non mi sembrava il momento di andare a disturbare il Ministero della Salute sui vaccini.

Su quali aspetti hai concentrato la tua analisi?

Ho consegnato la tesi a maggio, la mia analisi si concentra solo sulla prima parte dell’emergenza, è un lavoro parziale che ho portato avanti grazie all’appoggio del mio relatore Bartolomeo Brattoli di Area Science Park.

L’obiettivo del mio lavoro era quello di capire sostanzialmente se le istituzioni protagoniste nella gestione della comunicazione di emergenza erano state in grado di fungere da guida per il Paese con una presenza solida e costante e se hanno evitato il diffondersi di allarmismi e fake news. Ho analizzato le diverse forme di comunicazione, opuscoli, conferenze stampa, per verificare se sono stati rispettati o meno i capisaldi di una buona comunicazione del rischio: non rassicurare, conquistare la fiducia della popolazione, fornire messaggi chiari e coerenti e cercare di anticipare gli eventi. Nella mia tesi ho così valutato sia l’attività comunicativa del Ministero della Salute soprattutto per quanto riguarda l’informazione verso i cittadini con opuscoli e con la campagna di comunicazione con Mirabella e Amadeus, sia la comunicazione dell’emergenza fatta invece dal Dipartimento della Protezione Civile e dall’Istituto Superiore di Sanità.

Ho raccolto tutti i materiali fino al 17 aprile e poi sono passata all’analisi dividendo il tutto in quattro fasi: un momento di esordio, uno di allerta crescente, l’emergenza vera e proprio, fino ad una iniziale diminuzione dei casi.

Cosa è emerso?

Gli opuscoli del Ministero sono risultati chiari e d’impatto. Quello che è mancato è stato piuttosto una comunicazione più ampia e capillare per far capire quali erano le spiegazioni alla base di determinati comportamenti che consigliavano di adottare. Continuavano a ripetere cosa fare, di stare distanziati, non toccarsi il naso, lavarsi le mani ma non hanno mai spiegato esattamente il perché, come si replica un virus. Per quanto riguarda la campagna di comunicazione video con Mirabella e Amadeus in generale era stato fatto un buon uso delle azioni per mostrare come difendersi dal contagio, ma lo sbaglio è stato nel dire, in uno spot andato in onda fino al 24 febbraio, che non è affatto facile il contagio. Eravamo agli inizi, nessuno sapeva come sarebbe finita. L’errore è stato quello di non tener conto dell’incertezza.

In merito alle quattro fasi: la caratteristica principale dell’esordio è stata sicuramente quella di rassicurare eccessivamente ad esempio ricordando le misure cautelative adottate dall’Italia, l’acquisto di termoscanner, la chiusura dei voli diretti da e per la Cina. Nella fase di allerta crescente, invece, quando hanno iniziato a verificarsi i primi casi italiani e che aumentavano sempre di più, qui rassicurare è stato meno giustificabile perché proprio l’inizio della pandemia è il momento in cui va bloccata, i cittadini avrebbero dovuto essere messi nelle condizioni di tutelarsi di più. A questo si è aggiunto il fatto che fin da subito sono stati detti dati nazionali che davano una immagine dell’Italia un po’ distorta perché c’erano regioni, come ad esempio la Lombardia, che racchiudevano la quasi totalità dei casi e dei deceduti.

C’è un fenomeno emerso che ti ha colpito?

Certamente il fenomeno del capro espiatorio secondo cui le istituzioni sembrano investire noi italiani della responsabilità della buona riuscita o meno e del controllo dei contagi attuando comportamenti idonei. È mancata una chiara ammissione di quello che le istituzioni avrebbero potuto fare di più come ad esempio tamponi e il contact tracing. Questo è mancato e si riflette su un altro problema ovvero la commistione del piano scientifico con quello politico-decisionale perchè sostanzialmente se si hanno tamponi e mascherine a disposizione sarebbe giusto usarle a prescindere. Invece solo nella fase finale si è passati alla strategia delle tre t: testing, tracing e treatment.

Come reputi la conferenza delle 18 tenuta dal Capo Dipartimento della Protezione Civile?

Credo sinceramente che l’idea non fosse cattiva perché si dava ai cittadini un appuntamento fisso tutti giorni che poteva essere rassicurante. Limitarsi al bollettino, senza spiegazioni e fornire dei dati che hanno poi dimostrato la loro inaffidabilità non è stato sufficiente. Ho invece apprezzato le conferenze stampa dell’Istituto Superiore di Sanità, quando si è discostato dall’appuntamento delle 18, perché fornivano un aggiornamento epidemiologico staccandosi dal dato quotidiano, fornendo invece informazioni sull’andamento.

frontespizio tesi Fazion
Frontespizio della tesi di Caterina Fazion

Hai avuto difficoltà nella ricerca delle fonti bibliografiche?

Nella parte introduttiva ho citato vari studi su cosa fosse il coronavirus a livello molecolare, i sintomi, facendo anche riferimento alla SARS e alla MERS. Mentre per la fase di analisi mi sono rifatta ai capisaldi della comunicazione del rischio con il libro di Giancarlo Sturloni che è stato un mio professore alla SISSA. Oltre a questo ho intervistato 4 esperti in scienza e comunicazione del rischio: Giancarlo Sturloni, Sergio Pistoi, Roberta Villa e Barbara Gallavotti. La difficoltà è stata integrare le informazioni che mi hanno fornito con quello che ho riscontrato con la mia analisi. È stato veramente complesso districarsi fra tutto il materiale raccolto a cui si è aggiunto anche un carico emotivo non indifferente: mio padre e mio fratello sono entrambi medici e hanno lavorato con pazienti covid.

Pensi che questo tuo lavoro possa essere utile per il futuro?

Spero che possa servire per riflettere e che si aggiunga ad altri studi anche più approfonditi. Sono consapevole della lacunosità del mio lavoro perché è stato fatto nei primissimi mesi, in corso d’opera. Questo mio lavoro non vuole essere un processo e non vuole puntare il dito contro nessuno. Spero che se abbiamo imparato qualcosa da questa emergenza, in futuro i bilanci saranno meno impietosi. E mi auguro che nelle istituzioni ci sia sempre più spazio per persone che si occupano di comunicazione del rischio perché troppo spesso ci si improvvisa comunicatori.

E per te cosa ha in serbo il futuro?

Dopo una laurea triennale in biologia ho capito che volevo occuparmi di giornalismo scientifico. Prima però ho concluso la magistrale in nutrizione umana, così da avere una formazione in ambito biologico e medico. Ho concluso questo percorso con il master in Comunicazione della Scienza alla SISSA e ora, dopo un tirocinio, ho una borsa di studio con l’ospedale Materno Infantile Burlo Garofalo dove collaboro con la direzione scientifica e l’ufficio stampa. Mi trovo bene e vorrei continuare a restare nell’ambito sanitario, medico e biologico.

Esempio di comunicazione ai tempi dell’influenza spagnola (1918): a distanza di cento anni, le indicazioni base su cosa la popolazione possa fare per limitare la diffusione dei contagi, tutto sommato,
restano invariate. Questa immagine chiude la tesi di Caterina Fazion.

 

 

Foto di copertina: Dipartimento della Protezione Civile

5 thoughts on “La comunicazione pubblica durante la pandemia: l’analisi nella tesi di Caterina Fazion

  1. fabio

    Interessanti gli spunti che emergono dall’articolo, da tenere in considerazione per evitare gli stessi errori comunicativi soprattutto a livello locale, a cura delle ASP per esempio, in questa fase in cui bisogna convivere con la presenza del virus.
    Si potrebbe avere copia della tesi?
    Saluti

  2. Federica

    Un lavoro stuoendo…È ora disponibile una copia della tesi?

  3. Federica

    Un lavoro accurato e molto interessante, volevo chiedere se ora è disponibile una copia della tesi

    1. Ciao Federica, la tesi sarà pubblicata sul sito del Master della SISSA. Appena sarà online inserito il link anche in questo articolo.

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