Ho appena finito di leggere Prima della grande fuga. La comunicazione ambientale responsabile al tempo della multiformità (Pacini, 2025) del collega Stefano Martello e, approfittando del tempo che stiamo trascorrendo insieme per organizzare la seconda edizione del Triathlon Ambientale, ho pensato di fugare alcune sensazioni che ho percepito nella lettura del testo.
Dalle pagine emerge quasi un senso di allarme e di emergenza rispetto ai temi trattati. È solo una mia sensazione o c’è qualcosa di più profondo?
Hai colto esattamente nel segno. Molti commentatori hanno evidenziato, a ragione, che questo libro, pur recando nel sottotitolo “comunicazione ambientale responsabile” non parli in alcun modo di ambiente. Questo perché ad essere in pericolo non è solo la narrativa ambientale, accerchiata da fake news, da polarizzazioni e da semplificazioni becere, ma l’intero concetto di comunicazione. E, dunque, di comunicatore. Provo a spiegarmi meglio. Abbiamo risposto alla narrativa superficiale con un modello adattivo, utilizzando la stessa velocità che usano loro, ritenendo che la nostra velocità sia giusta solo perché nostra. In realtà, ci siamo infilati in un ginepraio letale. Perché i loro contenuti possono (e per certi versi, devono) essere veicolati in maniera veloce e invasiva mentre i nostri – che si basano sui dati e sull’idea di una marcata complessità di fondo – hanno bisogno di un passo narrativo più lento. Che, al contrario, abbiamo scelto di sacrificare, sezionando informazioni sostanziali sull’altare dell’immediatezza. Questo rappresenta un pericolo, non solo per la qualità delle nostre azioni comunicative, ma ancora di più per la nostra credibilità professionale, per la nostra autorevolezza. Per questo motivo, per questo pericolo che ravviso quotidianamente, ho deciso che questo libro doveva concentrarsi sul metodo, riscoprendo una essenza di cui molti e molte sembrano aver dimenticato l’utilità.
Concretamente, come si fa?
Innanzitutto dobbiamo smarcarci dalla velocità, rimanendo nel contempo competitivi nella cornice di un riferimento che rimane quasi isterico nel passo. E questo si può fare, dando maggiore attenzione alla corposa varietà di strumenti e metodologie presenti nella nostra cassetta degli attrezzi. Prevedendo un timing diversificato e una sostanziale alleanza tra dotazioni che si spalleggino reciprocamente, dando senso ad un obiettivo che dobbiamo cogliere e definire sin dall’inizio. Dobbiamo poi abbandonare il mito del risultato immediato, riscoprendo una visione che oserei definire “contadina”. Il contadino si sveglia ogni mattino e non gioisce e non si deprime a seconda del tempo; il suo obiettivo è il raccolto. Magari si adegua alle condizioni del momento, ma il suo obiettivo non cambia. E noi, il nostro obiettivo, lo abbiamo fin troppo chiaro: promuovere un cambiamento culturale, seminando informazioni in maniera obiettiva, segnalando le criticità e le opportunità che promanano da studi, da competenze, da situazioni che non possono essere falsate o mistificate.
Tu segnali anche il tema dell’autorevolezza professionale, di cui parliamo spesso anche rispetto al progetto del Triathlon Ambientale.
Quello è un aspetto altrettanto centrale. La frase che sento più spesso è “la comunicazione è un asset strategico”. Ok, ma la trattano come tale? Secondo me, no. Solo che noi stessi fatichiamo a riconoscerlo, preferendo autocelebrazioni interne. E così facendo, ci indeboliamo progressivamente. Allora, anche in questo caso dobbiamo renderci riconoscibili e riconosciuti, all’esterno più che all’interno. Ti faccio un esempio. Molte delle persone che hanno commentato queste pagine hanno definito l’intervento di Sergio Vazzoler come una postfazione o un commento. Pochi hanno utilizzato il termine “giudizio” e lo stesso Sergio ha faticato ad accettare l’idea di un giudizio vero e proprio, che io avrei letto solo a libro editato senza avere nessuna possibilità di intervento. Questo è un punto. Cosa succede se il nostro avvocato o il nostro commercialista sbagliano? E cosa accade se a sbagliare è il comunicatore? Produciamo una marea di documenti etici ma nessuno si preoccupa di un documento deontologico, al cui interno sia scritto ciò che il comunicatore può fare e ciò che non può fare, con relativa sanzione acclusa. Tra le attività che scontano uno scostamento importante tra la visuale teorica e quella operativa c’è la misurazione degli effetti e degli impatti. Temo che questa sia indotta non tanto dalla fatica che comporta a livello organizzativo e procedurale quanto dalla paura del giudizio. Per me sapere che il libro sarebbe stato giudicato da un professionista come Sergio è stato uno stimolo importante che mi ha costretto a riflettere su ogni singola parola, a verificare la concreta fattibilità di ogni singola idea, a distinguere e selezionare ciò che era importante da ciò che era accessorio.
Parli delle critiche e dei giudizi come un momento di crescita. Ma ci sarà stata una critica che ti ha ferito.
No, ferito no, questo è un mestiere, non una missione. Tuttavia mi ha colpito il fatto che molti abbiano definito il libro antistorico, come se il presente sia incontrovertibile e assoluto nei tratti che ha assunto. Mi sembra una posizione ideologica e pericolosa, rispetto ad un ambiente di esercizio che è, e rimane, essenzialmente relazionale. Ora, quanto tempo ci hai messo a consolidare la relazione con la persona che ti è accanto? Personalmente, ho impiegato molto tempo, e il nostro viaggio relazionale è ancora in essere e non può definirsi concluso. Prosegue perché cambiano l’età, le aspettative, i desideri, i bisogni e le fragilità di due entità profondamente diverse. Allora, o eliminiamo la componente relazionale dall’equazione o continuiamo a sostenere l’idea di una relazione che ha tempi di costruzione e consolidamento immediati. E questa si che mi sembra una affermazione fuori luogo.
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