Per le necessità dettate dall’emergenza Covid19, tra incertezze e bisogni informativi, la comunicazione pubblica ha fatto un salto in avanti importante grazie al digitale e al figure professionali chiave in questo settore. Francesco Marrazzo, docente dell’Università Federico II di Napoli, ha condotto un progetto di ricerca dedicato proprio a questa nuova generazione di comunicatori pubblici, in grado di instaurare un innovativo rapporto di fiducia tra amministrazione e cittadini in tempo di crisi e di proporre un nuovo ruolo comunicativo per le istituzioni. Da qui ne è nato il libro “Fare comunicazione pubblica in tempo di crisi – Dalla svolta digitale alla dimensione strategica” per libreriauniversitaria.it Edizioni e ne ho approfonditi i contenuti proprio con l’autore.
Il libro raccoglie i risultati di una ricerca condotta durante il Covid sui comunicatori pubblici in Italia, qual è la fotografia che emerge?
La fotografia che emerge in prima battuta è quella di una professione dai confini ancora incerti, in cui si sente forte il bisogno, da parte dei professionisti coinvolti, di un riconoscimento, ma anche di una ridefinizione dei profili professionali. Da un lato c’è chi infatti rivendica la dignità professionale del professionista della comunicazione e dell’informazione nel settore pubblico, dall’altro chi sente l’esigenza di definire nuove identità, che nella comunità professionale sono sempre più emergenti. Aldilà delle identità e del riconoscimento professionale, non possiamo in ogni caso affermare, nonostante numerose iniziative e tavoli tematici promossi da stakeholder di diverso tipo, che quella del comunicatore pubblico sia una professione pienamente sviluppata. Anzi la stessa necessità di una continua riflessione sulla professione da parte di associazioni e altri soggetti, se da un lato dimostra la vitalità e la passione di molti professionisti coinvolti, è altresì sintomatica di una maturazione del relativo campo professionale che tarda ad arrivare.
Che caratteristiche ha il comunicatore pubblico in Italia?
Il 71% dei comunicatori pubblici è costituito da donne. Più del 90% è laureato (soprattutto in discipline letterarie, storiche e filosofiche, seguite da quelle della comunicazione e dello spettacolo) e 3 su 10 hanno anche un titolo di studio superiore alla laurea (master o dottorato). Solo il 5% dei comunicatori pubblici ha meno di 35 anni e, mentre 8 su 10 utilizzano piattaforme di gestione dei social network, solo 1 su 10 utilizza software e strumenti di analisi e visualizzazione dei dati. 8 comunicatori pubblici su 10 hanno un contratto a tempo indeterminato e quasi la metà lavora per Comuni, Aree metropolitane, Province e Regioni. Più della metà dei comunicatori pubblici ha inoltre una retribuzione annuale lorda media compresa tra i 25.000 e i 50.000 euro. Si tratta quindi di una categoria professionale, costituita da individui con alti livelli di istruzione, livelli stipendiali in linea con tutti i dipendenti pubblici italiani e competenze specifiche solo parzialmente sviluppate, che si occupa più di produzione contenuti per social media e organizzazione di eventi istituzionali (attività svolte rispettivamente dall’86 e dal 78% dei comunicatori pubblici che hanno partecipato all’indagine), che di organizzazione di conferenze stampa e gestione dell’ufficio per le relazioni con il pubblico (attività svolte invece dal 55 e dal 27% dei partecipanti alla ricerca). Aldilà degli elementi di carattere quantitativo raccolti tramite la web survey effettuata nell’ambito delle attività di ricerca alla base del mio recente volume, devo aggiungere però, a partire dalle evidenze raccolte tramite interviste e focus group di natura qualitativa, che la voglia di migliorare e formarsi e la passione per il proprio lavoro mi sembrano caratteristiche dei comunicatori pubblici italiani degne di nota. La maggior parte di essi si scontra però con la scarsa considerazione delle attività di comunicazione e informazione (e della necessaria formazione in materia) in molti enti regionali e locali e con le difficili possibilità di avanzamento economico e di carriera comuni a invece a tutti gli enti pubblici.
L’emergenza pandemica ha acceso i riflettori sulla comunicazione pubblica e di crisi rendendo evidenti le differenze tra chi aveva investito sulla figura del comunicatore pubblico e sui social network e chi aveva forse un po’ sottovalutato la potenza di questi strumenti?
In realtà, da un’accurata analisi delle risposte fornite dagli stessi comunicatori pubblici a una domanda a risposta aperta presente nel questionario online, che mirava ad indagare l’opinione dei rispondenti in merito ad azioni e iniziative da implementare nell’ambito delle attività di informazione e comunicazione delle pubbliche amministrazioni successivamente al periodo più critico di emergenza COVID-19, emerge come i professionisti dell’informazione e della comunicazione nel settore pubblico sentano maggiormente l’esigenza di investire sulla riorganizzazione dei processi lavorativi e sull’efficientamento delle attività di comunicazione e informazione dei propri enti, piuttosto che quella di puntare su social network e canali digitali. Questo rappresenta certamente una evidenza molto rilevante ai fini della ridefinizione delle attività di comunicazione integrata di ogni ente pubblico e dell’avvio di processo di attribuzione di minor enfasi ai canali digitali, in particolare alle piattaforme di social networking, che ormai non hanno neanche più il fascino della novità che ha caratterizzato la loro entusiastica e acritica adozione da alcuni anni a questa parte.
Uno dei mantra durante la pandemia è stato che ne saremmo usciti migliori, dal punto di vista della comunicazione e dei comunicatori pubblici è stato così? Cosa abbiamo imparato?
Come è successo anche per altri ambiti lavorativi e della vita quotidiana, le lezioni apprese durante la pandemia sono state facilmente dimenticate. Anche per quanto riguarda i comunicatori pubblici, i virtuosi scambi di pratiche professionali tra diversi tipi di professionisti (addetti all’URP, giornalisti pubblici, portavoce degli organi politici, ecc.) e i repentini processi di riadattamento di cui questi professionisti si sono mostrati in grado sono stati facilmente dimenticati e tutti i propositi di miglioramento delle condizioni lavorative e delle occasioni professionali per tale categoria professionale non sono più stati attuati o presi in considerazione. Se alcuni gruppi di lavoro promossi da istituzioni governative nel 2020 avevano messo in luce la centralità dei flussi di informazione e comunicazione istituzionale e la necessità di formare adeguatamente chi li gestisce, oggi questo tema sembra non essere più attuale, con la conseguenza di lasciar inesorabilmente proseguire il processo di disintermediazione del discorso pubblico, che si esplica banalmente in un dialogo diretto tra soggetti politici e giornalisti e tra soggetti politici e cittadini.
Su quali aspetti dobbiamo ancora lavorare e crescere?
Alla luce delle caratteristiche del comunicatore pubblico evidenziate dalla mia attività di ricerca, e della specifica risposta data dai professionisti del settore in merito alla ridefinizione delle attività di comunicazione istituzionale successiva all’emergenza COVID-19, personalmente riterrei opportuno da un lato un’importante modifica delle modalità di reclutamento dei comunicatori pubblici, a cui dedico anche le Conclusioni del mio volume, dall’altro un forte investimento in attività di formazione ad hoc, da organizzare in maniera più strutturata rispetto a quanto avviene adesso. In tal senso, mi sembra importante far notare l’accurato e sempre più intenso lavoro di programmazione di attività formative portato avanti dalle principali associazioni di settore, quali PA Social e l’Associazione Italiana di Comunicazione Pubblica, che peraltro mi hanno supportato in maniera fondamentale nella fase di ricerca sul campo e che pertanto ringrazio nuovamente in questa sede.
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