Lo scorso 29 marzo 2021 si è tenuto un nuovo incontro online organizzato dalla Safa, Scuola di Alta Formazione di Arpa Umbria per analizzare gli ultimi anni e individuare i possibili punti di svolta della comunicazione scientifica in Italia.

L’iniziativa ha registrato gli interventi di Luca Proietti, Direttore Generale Arpa Umbria, Cristiana Pulcinelli, giornalista scientifica, Cristina Da Rold, datajournalist, Marco Talluri, Dirigente Comunicazione Arpa Toscana e coordinatore Rete comunicatori Snpa, Francesca Buoninconti, giornalista scientifica e Fabio Mariottini, Responsabile del servizio Comunicazione, Stampa e Relazioni Istituzionali di Arpa Umbria, che provo a raccontarvi con questo articolo.

Dopo i saluti del direttore Proietti che ha sottolineato come ci sia bisogno di una comunicazione scientifica e trasparente per raccontare quello che è la realtà, ha preso la parola Cristiana Pulcinelli che ha ripercorso una parte della storia del giornalismo scientifico attraverso la sua esperienza professionale. L’Unità aveva infatti una pagina della scienza che è stata realizzata per circa dieci anni tra la fine degli anni 80 e 90. Qui si sono affermati i primi giornalisti scientifici. Oggi invece il lavoro di scrittura è sempre più esternalizzato dalle redazioni che sono ora composte soprattutto da deskisti. Si è preferito privilegiare la velocità rispetto all’approfondimento e allo studio che richiedono le notizie di scienza.

Le notizie di scienza infatti, si basano su ipotesi e probabilità, la scienza non è dogmatica e serve una complessità di scrittura. Dall’altro lato però le istituzioni portano avanti un atteggiamento che passa dal rassicurare all’impaurire il cittadino che invece andrebbe trattato come persona adulta in gradi di comprendere la complessità delle notizie scientifiche. Soprattutto in un periodo come questo dove a causa dell’infodemia abbiamo a che fare con una sovrabbondanza di informazioni che rende difficile al cittadino orientarsi e distinguere quelle attendibili da quelle false. La disinformazione costa vite umane.

Quest’ultimo anno è stato molto particolare per chi si occupa di analisi dei dati e nello specifico di quelli sanitari, ha evidenziato Cristina Da Rold. Abbiamo a disposizione tantissimi dati, all’inizio prevaleva l’entusiasmo dalla possibilità delle elaborazioni come infografiche che potevano essere sviluppate. Poi il lavoro si è andato a concentrare su quale significato avessero tutti questi dati. Il focus si è spostato sul metadato, ovvero sul contesto e sul capire da dove viene il dato, come è stato raccolto ed elaborato e che significato ha.

A tutto questo si è aggiunto l’impegno per capire che cosa veniva condiviso da ciascuna Regione: che tipologie di dati, la piattaforma dove venivano pubblicati e come venivano condivisi a livello centrale. Da questa situazione è emerso come sia fondamentale investire sulla formazione dei data journalist a livello scientifico.

Il focus dell’intervento di Marco Talluri è stato sulla comunicazione ambientale e di come proprio l’ambiente sia un tema molto recente. La Dichiarazione delle Nazioni Unite sull’ambiente umano è del 1972, il WWF è nato nel 1961, mentre il Ministero dell’Ambiente è stato istituito in Italia nel 1983. Un’accelerazione è stata sicuramente rappresentata dal disastro nucleare di Chernobyl.

L’ambiente è un tema giovane ma sempre più centrale. La comunicazione che ruota intorno è multiforme: mira a sensibilizzare per la difesa della natura o promuovere azioni di lotta e denuncia ma anche fare proselitismo. Un ulteriore svolta alla comunicazione ambientale e del clima è certamente rappresentata da Greta Thunberg che ha favorito una velocizzazione e una sensibilizzazione ulteriore verso i temi ambientali. In tutto questo il cittadino ha il diritto all’informazione in materiale ambientale e qui entrano in gioco Ispra e le agenzie sul territorio per fornire i dati ambientali ma anche una grande responsabilità e impegno nel raccogliere, organizzare, pubblicare e diffondere questi dati. Queste permette di accreditarsi come fonti attendibili che diffondono tanti temi e approfondimenti sull’ambiente, anche in caso di emergenze ambientali e nelle attività quotidiane di comunicazione del rischio.

Perché comunicare la scienza sui social? È la domanda da cui prende vita la presentazione di Francesca Buoninconti. Sui social network c’è un pubblico e una domanda molto forte di conoscere la scienza, su queste piattaforme è possibile creare community attente e ben targettizzate verso i contenuti che realizziamo. Sui diversi social network sono emersi tanti divulgatori e divulgatrici che rispondono attivamente ai dubbi del pubblico, arginano le fake news e creano post e contenuti di approfondimento su specifiche tematiche ambientali e scientifiche. In questo ultimo anno si è poi rafforzato l’impegno dei social network stessi per fermare le fake news e bloccare gli utenti e i profili che diffondono questo tipo di contenuti.

L’evento si è concluso con la riflessione di Fabio Mariottini che ha evidenziato come stiamo assistendo sempre più a notizie vestite da scienze a causa della perdita degli specialisti. Le professionalità non possono essere sostituite da numeri e grafici, soprattutto in ambito giornalistico devono poter tornare a parlare chi quei temi gli ha studiati e ha competenze in merito. Gli scienziati devono indossare sempre più la veste di comunicatori.

Foto di Christian Lue su Unsplash.