L’emergenza di comunicare – Metodi (in)efficaci per comunicare le allerte meteo

L’emergenza di comunicare – Metodi (in)efficaci per comunicare le allerte meteo

Dopo le smartcity, insieme a Valentina Grasso del Consorzio LaMMA, durante la giornata dedicata alla comunicazione in emergenza che si è svolta sabato 11 maggio al Festival italiano del Volontariato di Lucca, abbiamo affrontato il tema delle allerte meteo partendo subito con una domanda: qual è l’obiettivo che ci poniamo quando comunichiamo le allerte meteo? Definire degli obiettivi è fondamentale per capire se siamo stati efficaci o meno nella nostra attività di comunicazione.

Per esempio, nel settembre del 2017 nell’arco di 10 giorni si sono verificate due allerte meteo arancioni per temporali forti, la prima si è abbattuta in una zona della Toscana prevalentemente pianeggiante e di campagna senza provocare danni, la seconda invece si è trasformata nell’alluvione di Livorno che ha causato 6 vittime.

Sono eventi come questo, a partire dai fatti di Genova e l’alluvione in Sardegna, che hanno trasformato l’allerta meteo da termine tecnico a parola di uso quotidiano, argomento di cui si finisce a parlare, non solo sui giornali, ma soprattutto al bar. Per questo motivo diventa essenziale individuare e selezionare le fonti ufficiali e codificare gli hashtag da utilizzare per veicolare i messaggi di allerta (cfr. #allertameteoTOS).

In un momento in cui, grazie alle innovazioni tecnologiche, riusciamo ad ottenere informazioni estremamente personalizzata sulla base dei nostri bisogni, interessi e interazioni, dobbiamo tenere ben presente che un’allerta meteo è una previsione a livello di area e non può essere così dettagliata a livello, per esempio, di Comune. Solo con i monitoraggi effettuati durante le allerte è possibile raccogliere informazioni più dettagliate. Ricordiamo sempre, per questo, che le allerte meteo non eliminano il rischio ma lo riducono.

Quando rilanciamo le allerte meteo e le commentiamo non dobbiamo mai riferirci a queste come giuste o sbagliate ma se sono state utili o meno ad attivare il sistema di protezione civile e alle persone per attivare le corrette strategie di messa in sicurezza. I cittadini, infatti, non devono delegare la propria sicurezza allo Stato ma devono attivarsi in prima persona, così come è definito da capo 5° del nuovo codice della protezione civile dove il cittadino è indicato come parte attiva del sistema di protezione civile. Proprio per questo il cittadino ha il compito di informarsi in prima persona e adottare i corretti comportamenti di autoprotezione.

Per concludere, dobbiamo smettere di equiparare le allerte meteo (quando non si concretizzano) a messaggi di allarmismo o di “al lupo al lupo”. La diffusione dei messaggi di allerta è una attività di prevenzione e informazione alla popolazione cruciale da portare avanti. Le allerte meteo sono come la cintura di sicurezza. Se ci mettiamo la cintura non dobbiamo sperare di fare un incidente per dimostrare la sua utilità, lo stesso per le allerte: se non si verifica una catastrofe o quanto previsto dall’allerta non vuol dire che la comunicazione è servita solo per creare allarmismo, ma è stata utile per attivare il sistema e alzare i livelli di attenzione del cittadino durante una criticità.

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